Scoperte archeologiche nelle cave iblee

di Veronica Grassia
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Velle del Marcellino: il fiumeSe è vero, com’è vero, che la storia di un territorio è indissolubilmente legata alla sua conformazione, tale assunto si rivela in tutta la sua evidenza nel caso degli altopiani iblei.
Maestoso, domina su di essi il Monte Lauro, vulcano inattivo che coi suoi quasi mille metri di altezza sul livello del mare ne costituisce il più importante nodo oro - idrografico.
È da qui, infatti, che nascono i numerosissimi corsi d’acqua, il fluire dei quali ha indelebilmente segnato il paesaggio e le sorti dell’area iblea; poco più che ruscelli nella maggior parte dei casi, essi, scorrendo, hanno inciso nel tavolato calcareo ibleo miocenico una rete di gole disposte a raggiera attorno al Monte Lauro, che dei Monti Iblei è la vetta più alta.
Sono le “cave”, così familiari a chi vi è cresciuto e così misteriose agli occhi dei turisti, affascinati dalla scoperta di un vero e proprio canyon nell’angolo estremo d’Italia.
Oggi paradisi naturalistici, immersi nel verde di una ricca ed intricata vegetazione, le cave hanno accompagnato e in parte deciso la vicenda storica praticamente di tutta la cuspide sud-orientale della Sicilia, dai primi momenti di antropizzazione fino all’età moderna; ad Ispica, per esempio, gli anziani ricordano bene quando, durante il secondo conflitto mondiale, gli abitanti dovettero lasciare la collina bersagliata dai bombardamenti e rifugiarsi nelle grotte della cava, veri bunker creati dalla natura.
Attraversando le cave del tavolato ibleo, specialmente nelle aree gravitanti attorno a Modica, Ispica, Scicli, Rosolini, Noto, Avola, Cassibile, finanche a Palazzolo e Sortino, i segni della presenza dell’uomo nelle cave, evidenti dalla preistoria ad oggi, hanno permesso di cogliere elementi talvolta illuminanti su aspetti e momenti storici e soprattutto preistorici, spesso poco noti.
Non può essere casuale, per esempio, che i più antichi materiali ceramici di importazione greca ad oggi documentati in Occidente, forse anteriori alla fondazione della stessa Pitecussa e comunque alle prime fondazioni greche in Sicilia, provengano da due siti profondamente legati ad una cava: la Valle del Marcellino (Villasmundo) e Modica.
Siracusa: cava AlfanoI rinvenimenti nel primo sito risultano dall’esplorazione di un centinaio di tombe ubicate su ambedue le sponde del fiume Marcellino: un gruppo di esse è di origine castellucciana ma presenta evidenti segni di riutilizzo nel corso dell’VIII secolo, cui si può riferire la maggior parte.
Sono inoltre emersi corredi databili tra la metà del VI e il V secolo a.C. deposti in tombe a camera più antiche, riutilizzate. Particolare importanza rivestono i materiali ceramici, nell’ambito dei quali è possibile distinguere prodotti locali di imitazione greca e manufatti greci importati.
Nel primo caso si tratta di manufatti con decorazioni di tipo geometrico attestate nelle altre necropoli della facies di Pantalica Sud e affini a quelli di coeve necropoli calabresi; essi si segnalano tuttavia per la precisione nella realizzazione delle forme e dei moduli decorativi, sicché risulta agevole coglierne le derivazioni, riconducibili soprattutto all’area euboico-cicladica.
Tra i materiali di sicura importazione greca bisogna ricordare una coppa a semicerchi penduli di produzione euboica, databile agli inizi dell’VIII secolo; un’altra “à chevrons” di tipo euboico-cicladico, riferibile al secondo quarto dell’VIII secolo, costituirebbe l’oggetto più arcaico; una kotyle “aetòs 666,” essendo il vaso più antico ritrovato a Pitecussa, è solitamente associata alla fase iniziale delle prime colonie occidentali e si data tra il secondo ed il terzo quarto dell’VIII secolo; infine una coppa di Thapsos del terzo quarto dell’VIII secolo.
La presenza, in un sito come quello della Valle del Marcellino, di materiali greci così arcaici, individua nelle vie fluviali le più idonee alla penetrazione verso l’interno. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che il Marcellino giunge sin quasi a Pantalica, costituendo così una fondamentale via di accesso a quel mondo indigeno che fin dall’età di Thapsos aveva avviato un proficuo dialogo con il mondo greco. Il sito eponimo dell’età del Medio Bronzo, per altro, prossimo alla Valle del Marcellino, non può non aver irradiato nel suo bacino una benefica influenza. I contatti, mantenuti per circa sei secoli (XV-IX secolo a.C. ) da Thapsos col mondo cipriota, miceneo, maltese, insomma col mondo orientale, dovettero senza dubbio promuovere un avanzamento culturale del mondo indigeno che attorno ad essa gravitava.
Si spiegherebbero così anche i chiari rapporti intessuti da Pantalica, che di Thapsos sarebbe la discendente diretta, con l’orizzonte egeo.
I dati emersi a Villasmundo testimoniano allora a favore di un continuità delle importazioni greche lungo l’VIII secolo, consentendo di affermare che la Sicilia, nel periodo precedente la colonizzazione, dovette essere tutt’altro che estranea alle correnti commerciali elleniche. Essi, inoltre, permettendo di stabilire una sincronia tra le più antiche importazioni greche nell’area basso-tirrenica continentale e quelle nella costa ionica siciliana, contribuiscono a delineare un quadro di insieme organico e strutturato, all’interno del quale trovano posto rapporti con il mondo greco non più episodici ma regolari e continuati.
I prodotti d’importazione a Villasmundo potrebbero in tal modo interpretarsi come prova archeologica del processo che dovette precedere le ktíseis di Leontinoi e Megara Hyblaea; è ormai acquisito, infatti, che la sequenza di date tramandateci dalle fonti relativamente alla fondazione delle colonie va intesa come la cristallizzazione di un processo assai lungo e complesso che, nei primi momenti, dovette prevedere esplorazioni, brevi insediamenti, scambi con gli indigeni volti ad acquisire quei beni di cui i nuovi arrivati non potevano ancora disporre: si pensi a quei prodotti agricolo-pastorali di cui i Monti Iblei sono particolarmente ricchi.
E dal cuore degli Iblei, da Modica, proviene il più antico nucleo di materiale greco-arcaico ad oggi noto in quest’area, proveniente dai corredi di due tombe della necropoli indigena.
La rassegna dei materiali corinzi tardo-geometrici ed euboico-cicladici dall’area iblea evidenzia la presenza di coevi gruppi umani sulle aree stesse dei contesti siculi che hanno restituito notevolissimi ripostigli; basti pensare a quello modicano del Mulino del Salto (X secolo a.C.), a quello di Giarratana o ancora a quello di Castelluccio sull’Irminio. La circostanza, tutt’altro che casuale, trova una spiegazione nelle modalità di accesso e di penetrazione nel territorio: i percorsi seguiti per raggiungere l’interno dovettero essere spesso i medesimi, come testimonia del resto l’esistenza di itinerari non solo ellenistici e romani, ma anche moderni, ricalcanti percorsi assai antichi.
Le risorse minerarie della zona, ampiamente sfruttate già in epoca preistorica e protostorica, dovettero concorrere a rafforzare l’interesse dei Greci che, risalendo dalla costa orientale dell’isola attraverso le valli fluviali, andavano in cerca di merci da scambiare e forse di terre nelle quali stabilirsi.
Il ripostiglio di bronzi del Mulino del Salto e i corredi delle tombe cosiddette “di via Polara” attestano, per il periodo dal Tardo Bronzo al Finocchito, l’esistenza di una comunità dinamica, aperta alle importazioni e ai rapporti con comunità esterne e con i Greci. Situazione simile a quella della Valle del Marcellino, che lascerebbe ipotizzare un volume di scambi e rapporti propri di un centro importante, con al vertice un capo locale per favorire l’evoluzione della propria comunità attraverso il contatto con i più progrediti coloni greci.
La posizione strategica di Modica, con lo sperone roccioso che si protende a controllo del percorso naturale della cava su cui sorge, dovette agevolare lo sviluppo di un centro indigeno egemone, catalizzatore degli altri insediamenti ad esso prossimi, nell’epoca stessa in cui Hybla, poco distante, fungeva da capitale di quel comprensorio.



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